Un libro intimo, fragile, emozionante, che vuole ricostruire il passato, che qui sembra rimanere sospeso come il ticchettio di un orologio, l’impercettibile ticchettio di un orologio.
Da quel ticchettio nasce il nuovo romanzo di Maurizio di Giovanni, percorso da una domanda che attraversa tutta l’opera: quanto il passato può continuare a dettare il ritmo del presente? Con questo primo libro edito da Feltrinelli, De Giovanni costruisce un racconto in cui memoria, colpa e verità si fondono in un intreccio denso e a certi tratti inquietante.
Anni ’80, paese che vive la stagione del godimento e del piacere e che crede di essersi lasciata alle spalle la stagione del piombo, quel periodo buio in cui dominavano paura e primeggiavano attentati e omicidi all’ordine del giorno. Illusione del cambiamento e persistenza dei poteri occulti: il tempo avanza, ma gli ingranaggi della storia si inceppano, quasi fossero arrugginiti.
In questo scenario si muovono Andrea Malchiodi e Vera Coen, due figure a conti fatti complementari e divergenti. Uno, professore universitario quarantenne che vive tra i corridoi di un sapere che non conosce nemmeno lui e che nemmeno lo riconosce. La carriera spezzata da ingiuste e proditorie accuse, un matrimonio fallito alle spalle, una figlia emotivamente distaccata, ed una madre in clinica, imprigionata in un mondo lontano, in un suo mondo. Tutto questo, ha fatto di lui un uomo distrutto, preda della malinconia e dei sensi di colpa.
Vera è invece una giornalista precaria ed ostinata, che vuole incarnare la voce della verità e che non si arrende mai che, a quarant’anni, lotta ancora contro l’incertezza del futuro ed il peso delle rinunce. Quando lo raggiungerà per svelargli che i loro padri, in qualche modo, sono legati da un fatto di sangue avvenuto quarant’anni prima, il tempo per loro cesserà di essere lineare. Il presente implode e, quanto credevano di sapere su sè stessi, verrà man mano riposizionato.
Un incontro, un’indagine non soltanto giornalistica o giudiziale ma esistenziale. Andrea e Vera, fianco a fianco, si addentreranno in un labirinto di archivi segreti, testimonianze spezzate e dossier manipolati, spinti da un bisogno che non è più di sola conoscenza, ma di salvezza, se è vero come è vero che ci si salva sempre da soli.
Ed ecco l’ombra “dell’uomo degli ingranaggi”, artigiano di precisione, esperto di meccanismi complessi, scomparso dopo gli anni della lotta armata, simbolo di un tempo in cui la politica si confondeva con la violenza e il potere con la menzogna.
Forze potenti e invisibili? Longa manu di una entità superiore che orchestra, manipola, cancella prove e riscrive destini? Un potere senza volto attraversa paesi, governi, servizi segreti, una mano pronta ad inceppare l’orologio della Storia ogni volta che qualcuno tenta di farlo ripartire?
In questo senso, l’Orologiaio di Brest non è solo un romanzo di mistero, ma un impervio viaggio nel più profondo e imprevedibile cuore della menzogna italiana.
La loro indagine si trasformerà presto in una discesa negli abissi della memoria collettiva, affrontando ogni genere di ostacolo: piste deviate, documenti spariti, testimoni manipolati. Ma la difficoltà più grande permarrà dentro di loro: Andrea dovrà misurarsi con la possibilità di una colpa paterna; Vera con la tentazione di piegare la verità al dolore.
Gli anni Ottanta, restituiti da De Giovanni con un forte rigore storico, sono l’oscuro e appropriato palcoscenico di segreti ed illusioni. Nei ministeri impregnati di fumo, nei bar di provincia, nei telegiornali in bianco e nero, si muove un paese che tenta di dimenticare ma non ci riesce davvero. Una Italia dove tutto cambia perché nulla cambi e in cui il tempo, tema cardine della trama, appare corrotto, come un meccanismo che gira a vuoto.
Quando l’indagine li condurrà oltre confine, il cerchio sembrerà chiudersi. L’ombra “dell’uomo degli ingranaggi” li porterà fino a Brest, città portuale e ventosa dell’Atlantico.
De Giovanni intreccia abilmente introspezione e tensione. La sua prosa, calibrata e precisa, alterna silenzi e rivelazioni, restituendo la misura di una colpa che attraversa generazioni.
Insomma “L’orologiaio di Brest” è un romanzo sicuramento sociale, ma anche intimo ed introspettivo insieme: narra la percezione del dolore, il peso della verità, la difficoltà di distinguere la giustizia dalla vendetta.
I personaggi non cercano solo risposte, ma anche un modo per sopravvivere alla scoperta ed andare avanti. Perché certi segreti forse non si cancellano, ma possono trovare un porto dove fermarsi. Ben scandito, rimarrà il senso del tempo, non quello degli orologi, ma quello interiore: il battito ostinato della coscienza che continua a ricordare.
Preme concludere citando una bellissima frase di Cesare Pavese:” Come mai se il tempo non esiste, noi siamo fatti su schema temporale?”